domenica 9 ottobre 2016

l'entusiasmo che fa la differenza

In questo periodo di inizio anno si fanno tante proposte, c'è tanta voglia di fare bene.
Però stando tra le persone mi colpisce soprattutto chi contagia gli altri con il proprio entusiasmo.
Ma poi cosa è di fatto l'entusiasmo?
Si può definire in vari modi, ma non mi interessa questo. Nel mio percorso di apprendista mi interessa invece capire come e perché alcune persone riescono a trasmettere questo sentimento agli altri anche nelle avversità e nei momenti difficili.
E' una spinta interiore, ma da dove viene?
Mi ricordo che anni fa in un incontro di formazione si parlava di come motivare i ragazzi e le persone che si sentono "scariche" e hanno una bassa stima di sé. Si è parlato di entusiasmo e nei miei appunti ho scritto Entusiasmo con la E maiuscola perché mi ha colpito l'etimologia della parola: en (in) Theos (Dio): avere Dio dentro di sé.
Ecco perché fa la differenza e perché non dipende dall'avere successo o insuccesso...
Ecco perché anche in questo continuo ad essere un apprendista e dovrò camminare ancora parecchio...

domenica 18 settembre 2016

Quel dolore dentro di noi

Vittorino Andreoli Ha scritto:
Uno psichiatra che meriti questo nome è un uomo che soffre, se conoscete uno psichiatra che non soffre evitatelo totalmente, perché non è possibile capire il dolore senza essere parte del dolore degli altri”. I linguaggi del dolore sono le lacrime, il grido, il silenzio... tre elementi che mancano nel nostro tempo, di cui ci vergogniamo e che lo stesso Cristo nel Vangelo ha utilizzato".

“Ci sono due modalità diverse di affrontare il dolore: il dolore con la speranza e il dolore senza speranza... la speranza è una terapia del dolore... c'è una sola risposta, ed è quella della condivisione, quella di dire: io sono con te per soffrire, sono qui per condividere il tuo dolore; è inutile predicare che cos'è la gioia a uno che vede solo dolore. Bisogna dare un senso al dolore e ha senso se io lo condivido con te, perchè io stesso divento dolore.”

“Noi abbiamo dei recettori verso il mistero, verso qualcosa che ci sfugge... quel qualcosa che attrae e nello stesso tempo spaventa, questo è il mistero. Il mistero è qualcosa che si intuisce ma non si chiarisce sufficientemente. Ecco, c'è questa prima tappa del credere e qui c'è la speranza, la speranza nell'uomo. Guardate che l'uomo può fare molto per l'altro uomo.”

Vittorino Andreoli ha detto che non si può essere un buono psichiatra senza sentire il dolore dell'altro. Io credo che non si può nemmeno essere un buon educatore, un buon psicologo, un buon salesiano, un essere umano veramente tale, senza sentire cosa provano i ragazzi e le persone con cui entriamo in relazione. Sentire il dolore dell'altro e la rabbia dell'altro, una rabbia spesso inespressa o esplosiva. Una rabbia che a volte diventa imprecazione e/o preghiera: "Perchè Signore? Non è giusto! Non è possibile che a questo ragazzo, a questa famiglia debba capitare tutto ciò!".  Spesso è un grido strozzato in gola che rimane senza risposta...

Poi Andreoli, che si dichiara ateo continua: 
“Questo è il punto fondamentale: date speranza, voi che invidiabilmente siete stati visitati a casa vostra dal Padre eterno, date la speranza. E questa speranza datela prima come uomini, poi capiranno che siete anche cristiani”. 
E capisco che spesso quel prendermela con Dio è l'inizio, necessario, di un dialogo nel quale prende corpo la consapevolezza che Lui continua ad amarci così come siamo e che conosce il patire perché ne ha fatto esperienza diretta piangendo, gridando e, infine tacendo, proprio come noi.

Alzo lo sguardo, sopra il PC sulla bacheca di sughero, da tanti anni ho un immaginetta ormai sbiadita
ma che non cambio mai: "Quando la tua speranza è finita, confida in Dio e avrai una speranza senza fine." 

Non ho la risposta al dolore delle persone che incontro e in particolare ancora non sopporto quello dei ragazzi nonostante tanti anni con loro. Però ho capito che posso stare, senza scappare, nella relazione con chi è nel dolore e con chi è nella gioia, per camminare insieme... a volte è poco, a volte ci si accontenta, a volte è sufficiente... camminare insieme... magari in silenzio...

sabato 3 settembre 2016

Quel "lupo della steppa" dentro di me

Nel mio percorso di apprendista uomo i libri e, tra  questi, i classici, a volte mi aiutano a riflettere e a confrontare le mie esperienze con quelle di personaggi creati ad arte per esprimere delle situazioni tipiche. Mi piace confrontarmi con loro per capire cosa mi corrisponde e perché.
Così questa estate ho ripreso anche un libro  letto a venti anni e poi rimasto in libreria. Un classico di Hesse di cui in quel periodo della mia vita credo di aver letto quasi tutto.
 
Il lupo nella steppa: un libro  che parla di un uomo a ridosso dei suoi cinquant'anni (io quest'anno appunto ne ho compiuti 48....). Un uomo in crisi nel tentativo di leggere il suo tempo con la modernità che incalza e che a volte è poco comprensibile o sembra superflua. Che tenta di  starci dentro con fallimenti e successi e nello stesso tempo deve cercare dentro di sé la voglia di vivere e progettare ancora facendo sintesi tra tanti aspetti diversi della propria molteplice personalità.
Uomo-lupo, spirito-corpo, ragione-istinto. Dualismi che si ripetono senza tempo nella vita di ciascuno alla disperata (ma non senza speranza!) ricerca di una sintesi.
Come non rispecchiarsi in alcune sue riflessioni, capace  di toccare  il cielo con un dito e poi di sprofondare sotto terra?

Su tutto emerge la capacità di ridere di sé stessi, l'umorismo, come strada per accettarsi senza distruggersi e senza cadere in sterili sensi di colpa ogni volta che si ricade nei propri limiti.
 
“Soltanto l'umorismo (la trovata forse più singolare e più geniale dell'umanità) compie l'impossibile, illumina e vince tutte le zone della natura umana alle irradiazioni dei suoi prismi. Vivere nel mondo come non fosse il mondo, rispettare la legge e stare tuttavia al di sopra della legge, possedere come se non si possedesse, rinunciare come se non fosse rinuncia: tutte queste esigenze d'un alta saggezza di vita si possono realizzare unicamente con l'umorismo”.

“tutta la vita è così, caro mio, e bisogna prenderla com'è; e chi non è asino ci ride. La gente come lei non ha diritto di criticare la radio o la vita. Impari prima ad ascoltare! Impari a predere sul serio quel che merita di essere preso sul serio, e a ridere del rimanente!... dovrà dunque abituarsi ad ascoltare ancora la radio della vita. Le farà bene.... Lei deve imparare a ridere, questo è richiesto. Deve comprendere l'umorismo della vita.”

 Mi sembra importante comprendere che mentre cerco di camminare e di migliorarmi posso migliorare anche la capacità di ridere di me stesso  e di alcune situazioni che si ripetono senza tempo, senza indugiare troppo ma anche senza drammatizzare troppo...

E' bello vedere che emerge nell'uomo, nel suo intimo più profondo una continua domanda di senso  e di ricerca del senso ultimo della vita.
“Chi leggeva al di sopra del Reno la scrittura delle nubi e delle nebbie migranti? Il lupo della steppa. E chi cercava al di sopra delle macerie della vita il senso svavillante, soffriva le cose apparentemente insensate, viveva le apparenti pazzie e, nel caos sconvolto, sperava segretamente la rivelazione e la vicinanza di Dio?”

“l'uomo non è una forma fissa e permanente (questo fu nonostante le intuizioni contrarie dei suoi sapienti, ideali dell'antichità), ma è invece un tentativo, una transizione, un ponte stretto e pericoloso fra la natura e lo spirito. Verso lo spirito, verso Dio lo spinge il suo intimo destino; a ritroso, verso la Natura, verso la Madre lo trae la sua intima nostalgia: tra l'una e l'altra di queste forze oscilla la sua vita angosciata e tremante”.
 
“Ma di quel postulato suopremo che impone di aspirare a diventare uomo secondo lo spirito, di percorrere l'unica stretta via dell'immortalità, egli ha paura in fondo all'anima.... e non vuol rendersi conto che quel disperato attaccamento all'io, quel disperato rifiuto di morire è la via più sicura per arrivare alla morte eterna, mentre il saper morire, il saper spogliarsi e abbandonare l'io alle metamorfosi conduce all'immortalità”.

Riprendo il cammino sempre più convinto di dover morire a me  stesso per continuare a vivere e consapevole della  necessità (e del piacere) di dialogare con il "lupo della steppa" dentro di me, solitario e istintivo, a volte scorbutico, ma anche parte di  ciò che sono... devo  stare attento a non assecondarlo troppo ma, certe volte, devo ascoltarlo di più. L'istinto a volte aiuta a cogliere  aspetti della realtà che sfuggono

al ragionamento.
E poi... un po' lupetto lo sarò sempre... chissà perché...


 

lunedì 22 agosto 2016

"Ho scoperto perché Dio sta zitto"

Prima di partire per le vacanze faccio il pieno di libri cercando di differenziare  i diversi generi e poi li  seleziono per evitare di esagerare con i bagagli. La voglia è quella di rilassarmi con qualcosa di leggero ma appassionante e nello stesso tempo di avere qualche stimolo di riflessione che mi possa aiutare a crescere e che mi stimoli per l'anno successivo. 
Di solito attingo alla libreria di casa, ai libri comprati o  ricevuti in dono durante l'anno e a qualche classico.

Tra i libri letti questa estate, ho ripreso e riletto un libro trovato a casa di papà. Anni fa lo avevo comprato, letto e poi una sera che era venuto a trovarmi lo aveva visto sulla scrivania, si era incuriosito  e me lo ha chiesto. Nel frattempo lo avevo semplicemente dimenticato.
In prima pagina, dove di solito io firmo il libro e ci metto la data in cui inizio la lettura, c'era la sua firma con scritto “ESCLUSIVO”, dentro le sue e le mie sottolineature... per me già questa dicitura lasciatami in eredità da papà era sufficiente per riprenderlo in mano. Poi anche il titolo e l'autore erano convincenti per portarlo con me vincendo la concorrenza di altri volumi in attesa:  “Ho scoperto perchè Dio sta zitto” di don Oreste Benzi. In più la prefazione e un appendice di Vittorino Andreoli. 
Alla fine non ho scoperto perché Dio sta zitto ma sicuramente posso dire che mi ha parlato attraverso questo libro e le parole di questo santo dei nostri giorni.
Sopratutto mi ha mostrato il volto bello di chi conosce la realtà della sofferenza e ne parla con profondo rispetto sapendo che  la condivisione, la coerenza personale, la relazione con Dio e con gli uomini non sono valori astratti ma fonte di felicità personale e di gioia profonda anche nelle situazioni inspiegabili e, apparentemente, senza senso. Mi ha incoraggiato ad affidarmi di più e a proseguire il cammino di apprendista uomo che passa anche attraverso la scoperta della presenza di Dio nel quotidiano e nel riconoscerlo negli altri e nel mondo circostante sapendo distinguere il bene e il male. 
Mi sono appuntato alcuni spunti tratti dal libro... 

Anche nella Chiesa cattolica sono molti quelli che riducono la fede ad un fatto privato, che in pratica hanno escluso Dio come base fondamentale della comunità umana. Non manifestano mai la loro fede e, pur essendo credenti, in pratica sono atei che sanno molte cose su Dio. Hanno rovinato il cuore dell'umanità, che senza Dio è una massa di prepotenti che trasformano i più deboli in strumenti della loro sete di onnipotenza.”

“Altro è percorrere la stessa strada, altro è camminare insieme. Per andare sulla stessa strada basta avere le gambe buone, per camminare insieme è necessario amarsi l'un l'altro”.

Vuoi davvero incontrare Dio? 
...diventa accogliente, prendi l'altro com'è perché diventi come deve essere. 
Allora ti porrai sempre in ascolto dell'altro... se l'altro continuerà ad essere puzzolente, 

tu stai vicino a lui profumandoti, così farai cadere la sua puzza su di te, pagando di persona la sua liberazione. Se l'altro continua  a sfruttarti, sta vicino a lui continuando a servirlo, pagherai di persona la sua cattiveria, lo libererai, e l'altro incontrerà la vita. 
Espiando, pagherai di persona il male degli altri, ma gli altri incontreranno in te il Dio della vita perché vedranno te che cammini con il Dio della vita”. 

“Mettiti dalla parte della giustizia, non coltivare i poveri per fare opere di misericordia.

le capacità umane vengono ritenute titolo di merito mentre devono essere titolo di servizio”

“il lusso è sempre un furto”

“il mio e il tuo sono una bugia. Qual'è la ragione che fa diventare mio e tuo qualcosa? … solo se si passa dall'io e tu, l noi, e dal mio e tuo, al  nostro, si ripulisce il volto di Dio imbrattato dall'io e dal mio di poche che si professano credenti in lui”.



l'uomo che vive nella certezza di Dio è il più impegnato nelle realtà terrene perché non è più condizionato dal successo o dall'insuccesso, dal possesso o dalla privazione, dal bisogno di affermazione o dalla paura di non contare nulla: egli vive per l'Assoluto e quindi per la pienezza. Le difficoltà diventano opportunità e dono per staccarsi da ciò che non conta e unirsi a Colui che conta. La gioia è il sintomo della permanenza in Lui”


Per la parte di Andreoli sul mistero del dolore, la prossima volta...

P.S. Grazie papà! Quanti libri ho preso sul tuo tavolo o sulla tua libreria che mi hanno cambiato la vita... ora addirittura uno che avevi preso tu a me...



domenica 24 luglio 2016

Su può dare di più... ma con gioia però... se no non ne vale la pena!

Spesso osservo intorno a me e vedo  tante persone volenterose, che si spendono per gli altri, che danno il massimo, a volte tutto. Non sono tutte uguali però nel donare. Mi sembra di poter distinguere con chiarezza chi dona, dà tanto senza chiedersi se altri fanno altrettanto. Danno, seminano intorno a loro amore e disponibilità, anche quando costa fatica, perché hanno compreso che così facendo la vita acquista un senso di pienezza oppure semplicemente perché possono farlo e sentono che quindi è giusto farlo.
Ci sono altri invece che danno tanto, possono farlo e sanno di poterlo fare, ma si guardano continuamente indietro per vedere se altri fanno altrettanto. E si lamentano e recriminano perché inevitabilmente trovano sempre qualcuno che non si impegna come loro, che non si dona come loro. Così facendo non si gustano la gioia del dono ma anzi si sentono vittime di una ingiustizia e quasi quasi invidiano chi dà di meno o comunque vorrebbero che anche gli altri si impegnassero tanto quanto si impegnano loro. Così stanno lì a misurare  e la fatica la sentono persino di più.
Insomma entrambe le categorie di "donatori" sono ammirevoli per quanto fanno.
Ma solo i primi sono contenti e vivono  magari un pò stanchi,  ma anche soddisfatti e sereni e perciò pronti a ricominciare ogni giorno.
Gli altri invece, vivono male il loro donarsi e a causa delle loro recriminazioni si perdono la parte migliore del dono che ha un valore in sé inestimabile.
Come apprendista voglio esercitarmi nel dare  quello che posso senza misurarmi su quanto danno o fanno gli altri ma solo su quanto posso fare o dare io di più o di meglio in base ai doni che ho ricevuto a mia volta dalla vita. Voglio fare in questo modo perché so che questa è la strada della felicità... non perché la felicità  si possa raggiungere in modo diretto e completo ma perché osservo che diviene una normale conseguenza del donare con gioia.

"Se  non io chi?
Se  non ora quando?
Se lo faccio solo per me stesso chi sono io?
(Rabbi Hillel)

domenica 10 luglio 2016

Alla fine cosa resta veramente?

A fine anno, prima delle attese vacanze estive, si tirano le somme di come sono andate le cose, di quanto è stato fatto o non fatto, dei risultati raggiunti. Ci si rende conto di obiettivi trascurati, persone perse di vista, propositi di inizio anno mancati. Ma alla fine dei conti cosa resta veramente? cosa conta?
Veramente sono i risultati l'unico criterio? Certo è importante verificare se "i conti tornano" . Ma mi sto sempre più rendendo conto che quello che conta è proprio il cammino fatto giorno per giorno. Gli incontri con le persone sopratutto. Le emozioni che questi incontri mi hanno trasmesso nella loro drammaticità o nella loro stupefacente bellezza.
Ciò che conta è seminare con costanza e curare il seme, senza preoccuparsi troppo del raccolto che a volte è abbondante e a volte meno.
Ma tutta la vita che c'è in mezzo tra la programmazione e la verifica è ciò che conta e ciò che resta.
E posso contemplare le meraviglie che ogni giornata ha portato con sé durante quest'anno e tirare il fiato per riprendere con ancora più entusiasmo e forza il cammino e la semina.
E' proprio vero che si può vincere o si può perdere ma ciò che conta è giocare la partita e dare tutto senza preoccuparsi se altri fanno lo stesso, perché è cosi che si coglie  il senso del proprio andare...
Camminando s'apre il cammino e ogni anno e ogni stagione si ripete solo apparentemente in modo ciclico e uguale... la novità irrompe sempre e rende ogni anno unico.
Grazie a tutti i compagni di questo cammino, compagni occasionali, provvisori o fratelli di vita... perchè "Alla meta ci sia arriva cantando o non ci arriva nessuno" (MCR)

Mentre ripenso a queste cose mi viene in mente un articolo che ho scritto per il nostro giornalino Centr'Avanti alla fine di un altro anno convulso in cui ci sembrava di non avere prospettive per il futuro 5 anni fa e sono andato a ricercalo sulla mia pen-drive:

"COME SI FANNO I BILANCI? SIAMO IN PERDITA VERAMENTE?
Anche quest’anno sociale volge al termine ed è già tempo di bilanci… Ma con quale criterio va fatto un bilancio? Oggi il criterio dominante in modo quasi esclusivo  è quello economico… entrate e uscite…  o quello quantitativo… quanti ragazzi sono venuti, quanti volontari, quante licenze medie e quanti attestati…
Questa logica va bene per un centro commerciale, per  un azienda ma è molto pericolosa quando diventa anche il criterio principale in educazione e nell’intervento con le persone…
Molti si rivolgono a noi affascinati dalla prassi educativa e tanti ci chiedono aiuto perché accogliamo tutti quei ragazzi che altre agenzie formative  allontanano con motivazioni più o meno valide… ma comunque allontanano… molti si rivolgono a noi anche per dare una mano…
Ma incredibilmente ai rappresentanti delle istituzioni, nel pubblico, nel privato e anche  tra i religiosi… interessa sapere solo quanto costa… “quante entrate avete?…” ,“ come vi sostenete?”….
Da una parte è comprensibile:  ogni famiglia, comunità, Stato,  deve poter essere sostenibile… ma è chiaro che questo può avvenire in modo diverso e che inevitabilmente alcuni intereventi di prevenzione, sostegno e recupero sono economicamente a perdere… ma sono anche un investimento per evitare perdite maggiori in futuro… (recuperare una persona in carcere o in comunità per tossicodipendenti costa almeno 15-20 volte di più… per non parlare dei costi sociali, umani della persona coinvolta e di tutte quelle che lo circondano…)
Pensare alla scuola, alla sanità e all’educazione con gli stessi criteri delle aziende è aberrante… certo la “scusa” pronta che ognuno utilizza è: “c’è la crisi…” ma noi crediamo che proprio in tempo di crisi occorre scegliere meglio come investire le risorse che ci sono…
Ora se il criterio per fare del bilancio di quest’anno è quello economico avrete intuito che siamo in perdita… abbiamo accumulato solo debiti… ma se adottiamo il criterio della qualità delle relazioni tra ragazzi e operatori, il senso di comunità e di corresponsabilità, la crescita in umanità, competenze e autostima allora ci sentiamo molto ricchi… abbiamo ricevuto tantissimo e messo in circolo tutto quello che avevamo e alla fine… pur stanchi… ci ritroviamo pieni di voglia di ricominciare! ....
Invece di chiederci solo quanto costa   ci chiediamo anche quanto vale… quanto vale un ragazzo recuperato? Quanto vale un ragazzo che ha deciso di riprendere la scuola? E un ragazzo che ha deciso di uscire dalla devianza e di andare a lavorare?  E uno  che ha riscoperto di avere delle competenze, che ha ripreso a credere in se stesso, che si è sentito accolto? Quanto vale?"

venerdì 3 giugno 2016

il sapore dell'amore compiuto

Questo è il titolo di un libro  interessante scritto da Antonio  Thellung uno scrittore al quale sono particolarmente affezionato. Ma soprattutto è la constatazione di quanto osservato durante la festa per il cinquantesimo di matrimonio dei miei zii.
L'amore non si esaurisce come le batterie. Casomai si trasforma, proprio come ogni forma di energia. Addirittura cresce con il tempo autorigenerandosi nella donazione di sé  e nella reciprocità dei rapporti.
Non è teoria: è una esperienza concreta, non si può misurare con un indicatore preciso, ma è talmente evidente che non necessita di dimostrazioni scientifiche.
L'amore non è solo passione travolgente, anche se la passione ne è un ingrediente fondamentale.
L'amore  cresce andando  in profondità come un albero che più sale verso l'alto più scende con le sue radici nella profondità della terra. L'amore  rende possibile camminare insieme per tutta la vita crescendo e contagiando tutti coloro che entrano in contatto con coloro che  si amano.
Certo occorre fiducia non solo nell'altro, ma anche nell'amore stesso che può aiutare a superare le difficoltà che si presentano lungo il cammino, le fragilità degli amanti, le incomprensioni e le chiusure. Se ciascuno ama se stesso, l'altro e l'Amore e scommette tutto senza farsi vincere dalle paure e dalle esitazioni allora tutto diventa possibile.
Il sapore dell'amore compiuto è presente negli sguardi dei miei zii che celebrano i loro cinquanta anni di matrimonio e in quello delle persone piccole e grandi che sono lì a contemplare e a  gioire con loro perché l'amore vero non suscita  invidia ma anzi contagia e ricarica anche chi vi si trova a contatto.
E' compiuto non perché finito e arrivato al capolinea ma perché pieno e completo.

Non è vero che l'amore è bello finché dura! L'amore  è bello perché dura per sempre ed è una base sicura sulla quale costruire la vita. L'Amore è il motore  che ti dà la forza di andare avanti e nello stesso tempo è il fine ultimo di una relazione e anche il modo in cui la relazione si alimenta.
Sembrano solo parole ma quando  le vedi realizzate e incarnate in qualcuno sono più vere di qualsiasi altra realtà.
E quando l'amore diventa ferita, cicatrice, tradimento, lutto... anche in queste situazioni niente e nessuno può cancellare quello che è stato e l'amore donato... proprio in queste situazioni non perdiamo la speranza guardando a chi ha la forza di andare avanti scommettendo ancora e ancora sull'Amore...
Certo che nell'Amore e nell'amare resterò sempre solo un apprendista... una vita basta appena, se va bene, a finire il periodo dell'apprendistato...