sabato 21 maggio 2016

un appuntamento con me stesso


Qualche giorno fa parlavo con una persona che mi diceva: "Sei sempre molto impegnato, tanti appuntamenti durante la giornata, mi raccomando non dimenticare di darti un appuntamento con te stesso, perché senza appuntamento rimanderai l'incontro giorno dopo giorno".
Appena si è allontanato non ho potuto non dargli ragione! Preso da tante cose non sto mai da solo, anche a casa c'è sempre qualcuno, e se non sono con qualcuno fisicamente ci pensa il cellulare a mettermi subito in contatto e a non lasciarmi solo tra me e me. Basta scegliere tra telefonate, sms, whatapp, fb, telegram, email... oppure ecco il pc o la TV.
Eppure non è solo bello stare da solo con me stesso, è rigenerativo, interessante, creativo... insomma mi trovo bene con me stesso e mi dispiace mancare l'incontro!
Allora ben venga darmi un appuntamento in un momento prestabilito della giornata: via tutte le distrazioni tecnologiche, via per un pò gli altri... via anche le distrazioni mentali sempre in agguato... e inizia un silenzioso dialogo... spesso passeggiando con calma...
Ma se la giornata è fatta di 24 ore, tolta la notte e un pò di relax diciamo restano ancora almeno 14-15 ore... allora ecco qui che non  basta darmi un appuntamento con me stesso... ho bisogno e voglia di incontri particolari e anche questi vanno salvaguardati con un momento dedicato: un appuntamento con Dio... e vale la pena svegliarsi un pò prima per questo, Lui è lì a ribadirmi che mi ama... poi un appuntamento con mia moglie e con i miei figli per ascoltarli o contemplarli o semplicemente giocarci un pò... troppo? Ma no! resta ancora tanto tempo per lavorare... e per le persone da incontrare!
Certo sono un apprendista e nonostante mi frequento da tanti anni, diciamo da sempre... ancora non mi conosco abbastanza e quindi devo vigilare perché è facile trovare una scusa - un urgenza in agguato non manca mai  - oppure: "oggi sono troppo stanco voglio spegnere il cervello".
Certo senza rigidità, in fondo basta poco... e poi a volte si finisce per ragionare di cose senza senso...
Ma voglio proseguire perché a farci caso si distinguono le persone con un buon rapporto con se stesse da chi preferisce il frastuono e le distrazioni per non incontrarsi...
Mi pensate un pò matto?... ma vi assicuro non ho le visioni e non parlo da solo... oppure si?

lunedì 25 aprile 2016

La Paura del Domani

A volte capita che un motivetto ti si fissa in testa e lo  ripeti quasi senza pensarci. Così è capitato a me oggi  con questa vecchia canzone di Eugenio Finardi che a dire il vero non è neanche propriamente una canzone. E' una poesia con dei suoni di fondo che accompagnano il testo.
Quando avevo una ventina di anni ricordo di averla scoperta e di averla trascritta per poi imparare a memoria il testo. Ho proprio fatto come si usa a scuola. Ho ripetuto verso per verso fino ad impararla tutta e ancora oggi la ricordo. Mi ha trasmesso una forza  in tanti momenti della mia vita, mi sembra proprio molto attuale nel cammino di chi cerca di diventare uomo oggi nonostante sia stata scritta a metà degli anni settanta:
La paura del domani è sbagliata e tu lo sai
perché porta alla rinuncia che non serve mai
e non voglio dir con questo che bisogna ignorare
cosa c'è di sbagliato e tirare a campare.
Ma l'ottimismo non è esser ciechi ai problemi della vita
ma cercare senza arrendersi mai una giusta via di uscita.
E' poi dai è tanto comodo essere  cinici e delusi
per non farsi coinvolgere ed agli altri essere chiusi.
Evitar sempre di scegliere se stare di qua o di là
ed uccidere con il sarcasmo ogni responsabilità.
Ma lo so che non è facile darsi da fare
spesso sembra quasi impossibile che qualcosa possa cambiare.
Ma forse se ci si mette in tanti ci si potrà anche riuscire
in fondo che altra scelta c'è bisognerà pure provare.
Perciò esci nelle strade del mondo  ed entra tra la gente
il futuro che ti scegli te lo crei nel presente.
Perciò esci nelle strade del mondo  ed entra tra la gente
il futuro che si sceglie lo si crea nel presente

In effetti oggi tante persone e tanti giovani che incontro hanno paura del futuro. Come dargli torto? La crisi che non sembra terminare, le istituzioni che sembrano incapaci di avere uno sguardo un po' ampio per il bene comune, la corruzione, l'individualismo, il terrorismo, le guerre, gli spostamenti di interi popoli. Sento, parlando con le persone,  che la paura non si può dire giusta o sbagliata, è semplicemente reale e a volte si trasforma in panico.
Ma anche io credo che qualcosa non va se "porta alla rinuncia che non serve mai", che non è facile non "tirare a campare" ma  vivere "cercando senza arrendersi mai una giusta via di uscita" sapendo che non c'è altra  scelta, "bisognerà pure provare".
Non è certo il risultato, non c'è già una soluzione, ma è tracciato un atteggiamento, un modo di camminare andando in una direzione e non girando a vuoto: "esci nelle strade del mondo ed entra tra la gente il futuro che ti scegli te  lo crei nel presente". E' più bello vivere cosi! Anche perché se è comprensibile la paura, non se ne può più di sentire persone che sanno solo lamentarsi e piangersi addosso senza rimboccarsi le maniche e mettersi in gioco in prima persona.
In effetti a pensarci bene è proprio "comodo essere  cinici e delusi per non farsi coinvolgere ed agli altri essere chiusi" e "uccidere con il sarcasmo ogni responsabilità", dire che non serve a niente impegnarsi e fare qualcosa tanto non cambierà mai nulla...
Oggi, in questo momento storico, con i problemi che ci sono,  possiamo diventare più umani così, aprendoci  e non chiudendoci  a quello che è la  realtà. Consapevoli che nel  modo con cui viviamo, nella  semplicità della vita  quotidiana possiamo già fare qualcosa e poi "se ci si mette in tanti si potrà anche riuscire"... guardando alla storia mi sembra di poter dire che è andata così anche in passato, e a volte si sono visti cambiamenti apparentemente impossibili agli occhi di tanti ma non di tutti...

"Non avere paura del domani 
perchè in fondo oggi è il giorno 
che ti faceva paura ieri" 
(Bob Marley)

sabato 9 aprile 2016

Cosa avrà fatto il Padre Misericordioso finita la festa?

Lavoro in un centro di accoglienza per ragazzi e quindi ho la fortuna e la gioia di poter riaccogliere a braccia aperta tante volte i ragazzi che se ne vanno per la propria strada rifiutando la proposta iniziale. E’ sempre una esperienza molto bella. Accoglierli contenti di rivederli quando tutto faceva pensare che non sarebbero più tornati.
Poi però una volta riaccolto il ragazzo ha bisogno di capire cosa deve e può fare. Non sempre la proposta inziale è ancora valida e possibile da percorrere… il posto in casa famiglia non c’è più, il corso ormai è finito… o pieno...  quella proposta di lavoro è stata presa da  un  altro… certo rispetto alla scuola possiamo  non dover sottostare a regolamenti scritti a tavolino, spersonalizzati  e uguali per tutti come  il numero di presenze, gli orari, le conoscenze e le competenze. Possiamo veramente con creatività confezionare un abito su  misura. Comunque può essere che non sarà l’abito progettato inizialmente anzi spesso è così.

Allora penso al Padre della parabola, finita la festa per il ritorno del figlio tanto atteso. Il giorno dopo, si sarà dovuto mettere a tavolino con questo il figlio e forse anche con l’altro ormai rassegnato, anche se non ancora convinto, della decisione del padre. Avranno dovuto stabilire in che modo il figlio sarebbe  ritornato in casa e  al lavoro, in quale ruolo, con quali risorse e con quale paga visto che parte dell’eredità è stata comunque dilapidata.
Non si dice nulla di questo, si vuole sottolineare solo la bontà del padre capace di riaccogliere, sicuramente più e  più volte. Si perché non credo che il figlio sia diventato improvvisamente  perfetto dopo tutto quello che aveva passato e con tutto quello che si era bevuto… 
Peccato non  ci sia una parabola che ci aiuta a capire il dopo. Dai ragazzi e da tanti “padri-educatori” osservati mi sembra di aver capito  che si può riaccogliere anche più volte senza dimenticare il passato ma anche senza farsi condizionare dal passato. Che le cicatrici rimangono e vanno accettate come limiti inevitabili che rendono comunque il rapporto diverso. Mi piace pensare che diverso significhi una cosa nuova e anche arricchita dalla rielaborazione degli errori commessi.
D’altra parte il padre-educatore non  potrà non continuare a fare i conti con l’altro fratello, quello ligio alle regole,  che continuerà a puntare il dito e a sottolineare ad ogni più piccolo errore limiti ed errori dell'altro: “lo vedi! Non è cambiato per niente! Andate in quel posto lui, tu e la tua bontà! Non dovevi riaccoglierlo!".
Io credo che con santa pazienza il padre avrà continuato ad amare entrambi i figli accettando le rispettive fragilità, accompagnandoli nel percorso della vita senza fargli mancare il proprio sostegno. Troppo buono? Sicuramente più buono di quando ciascuno di noi è capace. Di una bontà che sa accogliere l’uomo e valorizzarlo così come è, comprendendo senza colludere con il male.
Mi piace pensare che a lungo andare questo atteggiamento del padre si sia riversato sui figli e che a loro volta siano diventati a modo loro dei padri misericordiosi. Mi piace pensare che gli stessi figli siano diventati capaci di perdonarsi a vicenda tra loro, se non per convinzione, almeno per amore di questo padre che li voleva uniti.
Mi piace immaginare che dopo la morte del padre il più piccolo abbia detto all’altro: “a me non spetta nulla, ho già avuto la mia parte a suo tempo”. E che l’altro abbia risposto: “non fare  lo scemo, rimaniamo insieme  e  facciamo a metà,  papà avrebbe  voluto così”.

Mi piace pensare che l’amore avrà trionfato anche sulla giustizia oltre che sul rancore.
Forse mi immagino sia andata così perché chi ha raccontato questa storia per primo si è comportato in questo modo e anche perché non posso non osservare guardandomi intorno che non solo l’odio genera odio e la violenza genera violenza, ma anche l’amore porta amore e il perdono suscita il perdono.

Così come capita con i nostri ragazzi: riaccolti di nuovo ricominciano con slancio, poi ricadono, poi ricominciano, poi ricadono di nuovo. Ma se gli diamo ancora un’altra e un’altra possibilità allora ad un certo punto scatta qualcosa dentro di loro (certo mica  in tutti… o meglio non in tutti in poco tempo… ma questa è un’altra storia…), si sentono accettati così come sono e cominciano a cambiare, addirittura a riconoscere che gli si vuole bene, addirittura cominciano a ri-cambiare, e qualche anno dopo più di qualcuno viene a raccontarti non più di come ha dilapidato l’eredità delle risorse messe a disposizione ma di come ha cominciato a costruire una propria storia  e progetto di vita.
Ecco un modello a cui ispirarmi nel mio cammino di apprendistato senza pretendere di divenire proprio così… perché dentro di me c’è sempre anche il figlio ribelle che ogni tanto parte per la tangente… e qualche volta anche quello maggiore che punta il dito...e continuo ad aver bisogno di un Padre…

 

 

domenica 20 marzo 2016

In cammino per divenire un padre sufficientemente buono


La festa del papà diventa un momento per riflettere sul difficile percorso per diventare un buon padre o, almeno, un padre sufficientemente buono. Non è facile e non è scontato. Sono diventato  genitore in modo naturale, come è giusto  che sia, generando… ma essere padre è un’altra cosa. Oggi mi trovo  ad essere padre  di 4 figli più una figlioletta in cielo, e in alcuni momenti una figura paterna per tanti altri ragazzi.
Una responsabilità grande ma anche una grande gioia soprattutto grazie ai gioielli che sono i miei figli… per imparare da buon apprendista ho bisogno di sperimentare, di riflettere e rielaborare l’esperienza e di trarre insegnamento dai miei errori e dai padri che ho vissuto e visto.
Il mio prima di tutto, tutto dedito ai figli e alla famiglia, il Padre Buono rivelato da Gesù capace di amare a qualunque costo e misericordioso prima di essere esigente. Padri naturali e spirituali che ho incontrato lungo il percorso.
Ciò che fa la differenza tra un padre qualsiasi e un buon padre mi sembra sia  l’essere autentici, disponibili, capaci di vivere dei valori in modo da farli vedere incarnati nel quotidiano in modo coerente, l’essere capaci di rispettare la libertà dei figli anche quando le  loro scelte non corrispondono con le proprie e nello stesso tempo pronti a sostenere o rialzare quando occorre. Capaci di offrire delle regole che rispettano per primi, capaci di discutere, amare, dire di no anche quando sarebbe più facile dire di sì…
Insomma non è proprio facile ma capisco che  c'è  bisogno di padri quando mi trovo vicino a ragazzi che non hanno fatto esperienza di un padre presente, affidabile, responsabile. Non ne hanno avuto proprio nessuno oppure, e forse è peggio, il loro era violento, ambiguo  e inaffidabile... 
Quante sofferenze si portano dentro...
Perciò è proprio importante continuare questo cammino senza pensare di essere già arrivato. Costanza e perseveranza sono importanti perché in tanti mollano e si allontanano... 
Essere padre, non fare il padre. Essere e non mettermi la mascherina di... i figli si rendono conto se siamo autentici o se stiamo solo giocando un ruolo... 
Mi piace molto questa canzone anche se ormai un po' datata "padre occhi gialli e stanchi prova ancora con i tuoi proverbi a illuminarmi, madre butta i panni e vieni ancora se ne hai voglia a cocolarmi" (Cremonini - padre/madre).
Forse perché anche io sono fissato con i proverbi e miei figli mi prendono in giro... ma quanto hanno bisogno di regole, valori e quanto di carezze, affetto... a tutte le età... anche se non lo diranno mai (specialmente i miei... maschi...)

domenica 28 febbraio 2016

A.A.A. Cercasi spazi di vita interiore

Mentre cerco di proseguire il mio cammino personale da più parti ricevo l'invito ad andare in profondità dentro me stesso.  Vivere spazi di interiorità a guardami dentro. Andare dentro le stanze della mia vita, entrare in dialogo con me stesso, attingere alle profondità del cuore. Mettermi in silenzio e in ascolto per scoprire la ricchezza che c'è dentro e fuori di me. Tutto molto bello!
Ma di questi tempi mi sto rendendo conto che  è sempre più difficile... occorre chiudere le finestre verso l'esterno, almeno per un pò, altrimenti diventa impossibile concentrarsi. Le finestre sempre aperte che mi impediscono di guardarmi dentro? Il cellulare con tutte le sue APP e Social, il PC, internet, la TV... ci sono sempre una o più finestre aperte che mi distraggono costantemente... rumori di fondo...
Sento che  è importante cercare dentro di me per scoprire sempre meglio il mio cammino personale, per dialogare con me stesso e per ascoltare la presenza di Dio dentro di me fonte di una gioia indicibile. Nello stesso tempo sento che questo ha un senso se non mi chiudo totalmente in me stesso ma se sono aperto agli altri, ai compiti che la vita mi mette di fronte ogni giorno. Come sempre occorre trovare il giusto equilibrio.
Nel telefono che squilla c'è l'altro che mi interpella ma non ogni notifica è degna della stessa attenzione, in alcune si nascondono sirene che portano fuori strada.
In certi momenti occorre chiudere tutto, fare silenzio,  andare in profondità dentro di me, esplorare e interrogarsi. scoprire e riscoprire nelle intimità più profonde la presenza di Dio che mi aspetta per amarmi.
Se non rispondo sempre e subito all'ultimo Wapp o SMS di solito non succede nulla. Magari mi aiuta pensare che l'umanità è andata avanti per millenni senza... ma se sono collegato con tutti e scollegato costantemente da me stesso rischio di perdermi, diventare superficiale e forse a questo punto chissà cosa posso dare o rispondere?
Ogni giorno arriva il momento di chiudere le finestre e il momento di riaprirle!
Devo chiuderle con decisione non solo per stare con me stesso ma anche per essere presente a me stesso mentre sto con un'altra persona. Sempre di più capita di essere in tre o quattro mentre si dialoga: io-tu-cellulare di io e cellulare di tu... praticamente una folla... un colloquio intimo diventa come parlarsi in una piazza piena di gente... ma questo è un altro aspetto sul quale continuare ad apprendere...



domenica 14 febbraio 2016

Etica per erranti: Scegliere l'atteggiamento dell'apprendista

Ogni tanto la domenica vado a spulciare tra i miei vecchi libri, qualcuno mi ispira subito, lo apro, lo sfoglio e mi metto a leggere le parti sottolineate. Alcune pagine hanno una orecchietta che indica  che quella pagina mi è particolarmente piaciuta...
Oggi ho in mano ETICA PER ERRANTI di Ricardo Peter. Cercavo oggi questo libro forse perchè mi voglio rimettere in cammino all'inizio della Quaresima, forse perchè è qualche giorno che rifletto sui miei errori... ecco la pagina che più di tutte mi rimanda al mio percorso di apprendimento e di crescita come uomo:
"L'idea secondo cui per evitare l'errore si dovrebbe temerlo, oltre che sbagliata, addirittura postula quello stesso errore che si vorrebbe evitare... di conseguenza il perfezionista finisce per commettere gli errori che teme di più e che vorrebbe evitare, con il risultato paradossale di rafforzare ancora di più la sua tendenza al perfezionismo. In realtà le cose possono riuscire male a tutti e cercare di evitarle è la causa che queste cose riescano ancora peggio. Quale alternativa c'è al temere l'errore? Cambiare la prospettiva che abbiamo sull'errore. Invece di temerlo, avere la disposizione a vedere dei vantaggi nell'errore commesso. Scegliere l'atteggiamento dell'apprendista. Grazie all'errore posso ampliare l'orizzonte della conoscenza di me stesso e della vita. In questo modo si dà all'errore il posto che merita: quello di provvederci più informazioni e più esperienza".
Invece di pensare alla paura di sbagliare che ci fa sbagliare... pensare ad agire sapendo che se sbagliamo possiamo crescere imparando dagli errori commessi...

E' bello riflettere sul fatto che ERRARE ha un doppio significato... ma in effetti solo chi "cammina" sbaglia ma solo sbagliando e riconoscendo l'errore si "cammina" realmente... e a volte sbagliando strada, si fanno scoperte inaspettate... mentre scrivo alzo gli occhi, sulla scrivania ho una bacheca, dove - forse è lì da quasi trent'anni - c'è un segna-libro ormai ingiallito con una frase che su questo mi ha accompagna da sempre: "RIMARRAI ESITANTE DI FRONTE AD UNA SCELTA PER PAURA DI SBAGLIARE? FELICE COLUI CHE SI TOGLIE LA MANO DAGLI OCCHI E CORRE IL RISCHIO DI AVANZARE SOSTENUTO DALLA SOLA FIDUCIA NELLA FEDE" (Frere Roger)
Bè in effetti così è più facile non farsi prendere dalla paura, non è un salto nel buio ma è mettersi nelle mani di Qualcuno che mi ama e mi guida anche attraverso gli errori... certo che vale la pena correre il rischio di avanzare!

domenica 7 febbraio 2016

Non è colpa mia!

Quando ero ancora uno studente (si lo so secoli fa...) per l'esame di psicologia sociale mi sono imbattuto in un libro dal titolo "L'attribuzione causale", ma il messaggio del libro l'ho colto solo molto dopo, relazionandomi con le persone e soprattutto con i miei maestri, i ragazzi.
Quando qualcosa non va per  il verso giusto a molti  viene spontaneo prendersela con qualcun altro, o  con il destino  ma capita anche che quando le cose vanno bene e  non poche persone attribuiscono il risultato alla fortuna, al caso, alla bravura di altri...
Ricevo invece  sempre una bella lezione di vita, come mi è capitato in questi giorni,  quando sento qualcuno dire: "scusa, ho sbagliato, cercherò di fare meglio". Che significa  mi assumo la responsabilità delle mie azioni e penso che sono in grado di fare diversamente. Sembra una cosa da  poco, ma  si liberano delle energie inaspettate.
Come al solito questa cosa riesce più facile ai ragazzi che a noi adulti...
In effetti chi dà la colpa sempre  a qualche fattore esterno è prigioniero del "destino infame" e non vede prospettive di cambiamento e di crescita.
Chi invece sa distinguere i condizionamenti esterni dalle proprie scelte personali ha una marcia in più. Si sente libero di scegliere e responsabile delle proprie scelte.
Tecnicamente lo chiamano "locus of  control" ma io sono un apprendista non uno studioso e osservo le persone intorno a me... c'è chi si lamenta e si giustifica e chi si rimbocca le maniche e si dà da fare. E la  differenza si vede nel modo di affrontare la vita.
Così vedo dei ragazzi che crescono e "resistono" di fronte a situazioni oggettivamente difficili (poi spero che prima o poi qualcuno sappia dirmi perché il grado di difficoltà della vita può essere così diverso tra un ragazzo e un altro...) e altri che si identificano con le loro disgrazie e si sentono senza via di uscita.
Forse si tratta di fare la scoperta che come esseri umani ci rimane sempre la possibilità di scegliere.
E scegliere invece di subire la nostra vita cambia già tanto le cose.
Certo non basta, serve anche una buona dose di forza  di volontà per scegliere quello che è bene anche potendo fare il male... ma su questo abbiamo tutti da imparare... magari provando a capire su quali forze attingere... ma è un altro discorso...